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La teoria del formaggio svizzero e la sicurezza informatica nel ...comune...

Gli incidenti di sicurezza non nascono da “una persona distratta”, ma da tanti piccoli problemi che si sommano. È questo il cuore della teoria del formaggio svizzero di James Reason applicata al phishing e alle password.​


La teoria del formaggio svizzero, in parole semplici


James Reason immagina l’organizzazione come una pila di fette di formaggio svizzero:


  • Ogni fetta è una barriera di sicurezza: regole, tecnologia, formazione, modo di lavorare, cultura.​

  • Ogni fetta ha dei buchi: procedure poco realistiche, strumenti scomodi, comunicazione confusa, mancanza di tempo, scarsa attenzione del management.​


Un incidente non accade per un solo errore. Succede quando, per sfortuna e cattiva organizzazione, i buchi di più fette si allineano e permettono al problema (ad esempio un attacco di phishing) di attraversare tutte le barriere fino alla persona che clicca, cioè l’ultimo anello visibile.​


L’esempio del phishing nel Comune


Domanda: “Dobbiamo preoccuparci del phishing in Comune X?”.

Se si guarda solo al dipendente che clicca, sembra un problema di distrazione. Ma se si ragiona “a formaggio svizzero” si vede altro:

  • Scenario: molti dipendenti usano mail istituzionale e ricevono spesso allegati e link da fuori.

  • Minaccia concreta: email che imitano fornitori, INPS, banche, con link fasulli o allegati infetti che puntano a rubare credenziali o installare ransomware.​

  • Superficie d’attacco:

    • poca formazione;

    • assenza di autenticazione a più fattori (MFA) sui servizi critici;

    • filtri antispam e antiphishing non ben configurati.​


Qui le fette sono:

  • organizzazione (pressioni, “fare in fretta”, nessun vero spazio per la sicurezza);

  • processi (procedure lente e macchinose che spingono alle scorciatoie);

  • tecnologia (sistemi poco amichevoli, login complicati, filtri non ottimizzati);

  • comunicazione e formazione (messaggi astratti, poco legati al lavoro reale);

  • individuo (stanchezza, carico di lavoro, distanza dal problema).


Quando questi buchi si allineano, arriva l’email di phishing “giusta” nel momento sbagliato e il click accade. Ma la causa è sistemica, non solo il dito sul mouse.​


Come si risolve davvero il problema


Per ridurre gli incidenti non basta dire “state più attenti” (che funziona più o meno come dire “piove meno”) né rifare il solito corso teorico con slide lette ad alta voce.

Serve invece il lavoro noioso ma efficace: chiudere, uno alla volta, i buchi nelle varie fette, invece di sperare che, per magia, nessuno centri mai quello giusto.


  • Organizzazione

    • Dare un messaggio chiaro: meglio rallentare una pratica che subire una violazione.

    • Inserire obiettivi di sicurezza nei compiti di dirigenti e responsabili, non solo nei tecnici.​

  • Processi di lavoro

    • Semplificare le procedure essenziali (es. richiesta di accessi, gestione allegati, segnalazione email sospette), così il percorso “sicuro” diventa il più naturale.

    • Osservare dove nascono i workaround: se tutti aggirano una regola, è il processo ad essere sbagliato.​

  • Tecnologia

    • Attivare MFA comoda (app, token fisici) per gli accessi importanti.

    • Migliorare filtri email, sistemi di logging e avvisi automatici per accessi anomali, riducendo il peso sulle persone.​

  • Formazione e cultura

    • Raccontare casi reali dell’ente o simili, con linguaggio semplice: cosa è successo, perché, con quali effetti sui servizi e sui cittadini.

    • Fare simulazioni di phishing con feedback costruttivo, senza umiliare chi sbaglia, per trasformare ogni errore in apprendimento.​

  • Individui

    • Creare un clima dove dire “ho cliccato qualcosa di strano” è incoraggiato e non punito, così si interviene subito.

    • Offrire poche regole chiare e pratiche (es. controllare il mittente, diffidare di urgenze anomale, non inserire credenziali dopo aver cliccato un link in email).​


In questo modo il focus si sposta da “il dipendente ha sbagliato” a “come può il sistema aiutare le persone a sbagliare meno”, che è esattamente lo spirito della teoria del formaggio svizzero applicata alla sicurezza informatica.



 
 
 

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